Dieci brevi e sommarie note di lavoro per, e sulla comunità, per l'avvio, in Veneto, di un processo costituente della Sinistra di Alternativa
-
Breve analisi sul Veneto: dallo sviluppo economico disordinato all'arricchimento che modifica la percezione di sé, alla crisi economico - sociale che aumenta la frantumazione sociale, cancella i legami sociali ed i collanti identitari, e aumenta la fragilizzazione delle identità individuali.
Lo sviluppo economico del Veneto si incardina prevalentemente, anche se non esclusivamente, su parametri quantitativi e sul "principio uniformante" della SCOMPOSIZIONE.
La scomposizione dei cicli produttivi, e delle singole aziende, frantuma la rappresentanza del lavoro e, man mano che le "corone circolari del sistema" si allontanano dal centro - dall'azienda madre - diminuiscono diritti, tutele, salari.
Si riducono i costi (l'equazione produzioni a basso costo per vendite a basso prezzo rappresenta il parametro fondamentale di riferimento) ed esplode quantitativamente il cosiddetto modello Veneto.
Più aziende, più territorio occupato, più produzione a basso costo, più svalutazione, più esportazione, più occupazione (anche se con bassi salari individuali e basso contenuto professionale) con più lavoro precoce (il Veneto, tra le regioni europee a più alta industrializzazione, è quella con il più alto tasso di drop out scolastico e minor tasso di laureati).
L'esplosione quantitativa del numero delle aziende ha moltiplicato il numero di coloro i quali si autodefiniscono imprenditori (non importa che lo siano veramente, che il loro lavoro assomigli a quello subordinato dei capi reparto con l'azienda madre che fornisce gli impianti, detta i tempi e metodi, stabilisce il costo per unità di prodotto ed obbliga, questo è il segno della "dipendenza assoluta", ad un rapporto esclusivo di sub fornitura con la conseguente impossibilità per l'imprenditore (?) di ricercare diverse committenze).
Cambia, per decine di migliaia di persone la "percezione di sé", del proprio status: da operaio a imprenditore che si arricchisce velocemente.
Questo, nemmeno piccolo, esercito di "imprenditori dipendenti" (forse un ossimoro efficace) modifica l'equilibrio tra le classi, tra i diversi soggetti.
Aumentano i profitti, si capovolge completamente la distribuzione della ricchezza prodotta (nel 1990 il 60% del Pil al lavoro ed il 40% all'impresa mentre oggi il dato è esattamente inverso), mentre cresce l'area di incertezza e di insicurezza attraverso un lavoro reso sempre più precario.
Intanto la delocalizzazione rende evidente una "distorsione" che spesso viene interpretata come crisi economica: la distorsione sta nel fatto che la crisi c'è esclusivamente per il lavoro, che viene coinvolto in un fortissimo aggravamento della dimensione di precarietà e di insicurezza, mentre le imprese dilatano i profitti (basti citare l'ufficio studi della Banca d'Italia che ricorda l'enorme aumento dei profitti + 7% nel 2004 sul 2003).
Contemporaneamente la scomposizione produttiva frantuma la UNICITA' CONTRATTUALE (il collante identitario fondamentale al mantenimento/rafforzamento dei legami sociali) e le lavoratrici ed i lavoratori non si "allontanano" solo fisicamente: perdono anche la piattaforma di interessi comuni che è data dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.
Crescono gli elementi di solitudine e gli individui, resi atomi dal modello fondato sull'impresa nana, subiscono una sorta di fragilizzazione delle identità individuali che li porta, almeno una parte di essi, ad esaltare le pulsioni egoistiche e di difesa feroce del proprio status.
Si perché accade che, nell'impresa nana, venuto meno il collante ideologico dato dal conflitto capitale lavoro, nasca la "coincidenza di interessi" (per dirla marxianamente una sorta di sussunzione) tra padrone e operaio.
All'identità fondata sul lavoro si sostituisce l'IDENTITA' FONDATA SULL'IMPRESA.
Siccome l'impresa è "geneticamente" programmata per competere, qualsiasi forma di identità, fondata sull'impresa, vedrà allentarsi i vincoli della solidarietà, dell'universalismo dei diritti, delle regole quali garanzie per tutti, e di converso vedrà emergere l'identità fondata sulla competizione, anche territoriale, e sulla aggressività di mercato.
Viene meno l'idea stessa di interesse generale a cui si sostituisce l'interesse particolare, in una sorta di gerarchia degli interessi particolari, che apre le porte a nuove forme di fascistizzazione e di corporativizzazione. -
La famiglia non più luogo degli affetti bensì "ottimizzatore" dei processi economici, con la conseguente esplosione degli egoismi, ed il territorio non più come "luogo conosciuto" quanto terra sconosciuta, non più riconoscibile e portatore di "spaesamento".
L'impresa nana nasce, anche come primo insediamento fisico, attorno alla famiglia.
I primi insediamenti si svilupano in micro capannoni proprio adiacenti alla "casa della famiglia".
L'intera famiglia è messa al lavoro e si sviluppa il fenomeno, in primis specificatamente veneto e successivamente esteso a tutti i sistemi di micro impresa, dei bassi salari individuali e degli alti redditi familiari.
La famiglia, che pure ha sempre svolto un ruolo protettivo nei confronti dei propri appartenenti, si trova direttamente, e velocissimamente, proiettata in un contesto fondato sulla ipercompetitività.
La famiglia stessa diventa a sua volta "impresa" e le forme della competitività "entrano" nelle abitudini comportamentali della famiglia stessa che, da luogo prevalentemente degli affetti diventa, si trasforma, in terreno della competizione.
Forse sta anche in questa trasformazione la spiegazione delle tante, troppe, violenze che si perpetuano tra le mura domestiche.
Anche la relazione tra la famiglia e il territorio cambia.
Le famiglie impresa si moltiplicano, si moltiplicano i capannoni, il territorio e "travolto e stravolto" da questa occupazione di cemento fino a renderlo irriconoscibile.
Se il territorio diventa irriconoscibile, se il paesaggio non offre più i riferimenti a cui si era abituati, se tutti si riducono ad atomi soli, lo spaesamento, la perdita del senso di sé che non si può costruire nella relazione con gli altri, diventa la regola.
Se l'identità si fonda sull'impresa e la famiglia diventa essa stessa impresa, il territorio diventa luogo di conflitto con altre imprese/famiglia oppure luogo di difesa da altri competitori.
Se la competizione diventa territoriale le forme della cooperazione si indeboliscono a tutto vantaggio delle aggressività di mercato.
Le "piccole patrie" hanno semaforo verde e la guerra, già assunta come fondativa e costituente di un nuovo ordine (?) mondiale, diventa anche permanente e possibile in ogni angolo del mondo. -
Il lavoro non più fattore fondamentale di socialità, e motore di identità condivise, quanto portatore di precarietà e volano di incertezze, insicurezze, solitudine.
La "parola d'ordine" della scomposizione diventa una sorta di paradigma generale.
Si scompone l'impresa, si scompone il lavoro, si scompone il tessuto sociale sulla "famiglia/impresa competitiva", e si scompone anche il sistema pubblico in tutte le sue dimensioni.
La rottura della unicità contrattuale c'è sia nel sistema Benetton (modello veneto territoriale, che in Fincantieri (modello veneto "intramoenia"), che in un grande ospedale (privatizzazioni e moltiplicazione dei soggetti imprenditoriali), che nel sistema degli Enti Locali che sviluppano processi di privatizzazione in tutti i campi di attività. L'esternalizzazione diventa nel pubblico la modalità della scomposizione aziendale e della frammentazione della forza-lavoro, l'equivalente della fabbrica a rete di benettoniana memoria.
Il lavoro viene spalmato su tutto il territorio, viene atomizzato, la sua rappresentanza viene ridotta ai minimi termini e si accentua il processo di svuotamento della partecipazione esaltando la delega (le derive concertative), ed arriva a perdere anche il principale diritto di cittadinanza: il lavoro non ha diritto di voto sui propri contratti.
Paradossalmente la falsa coincidenza di interessi, tra lavoratori e padroncini, diventa una sorta di bene rifugio che alimenta la ulteriore perdita di autonomia del lavoro ed accentua la sua subalternità.
Il lavoro perde visibilità sociale, la sua soggettività viene, di fatto, cancellata e la sua rappresentanza viene sussunta dall'impresa.
Il processo di sussunzione comporta, tra l'altro, la progressiva perdita dell'autorità salariale da parte del lavoro su sé stesso ed oggi si apre, in tutto il mondo e qui con particolare evidenza, una gigantesca questione salariale che, tra le altre cose, rende particolarmente evidente la perdita di potere del lavoro a favore dell'impresa, e della rendita, a cui si trasferiscono le quote principali di ricchezza prodotta (60% a 40%).
La relazione tra diritti del lavoro e diritti di cittadinanza (non sono dati gli uni senza gli altri e viceversa) tende a scomparire ed il lavoro, precarizzato in tutte le sue forme (non solo dalla legge 30 ma, prima, dal pacchetto Treu) non è più così evidente e, per certi versi, automatica: si può avere un lavoro, anche a tempo indeterminato, ed essere "escluso", inserito nelle quote di assistibilità dei Comuni, rimanere inserito nelle fasce di povertà.
La rottura delle unicità contrattuali, la precarietà del lavoro (non hanno reso flessibile il lavoro, hanno totalmente flessibilizzato l'occupazione), la scomposizione assoluta, rendono, oggi, il lavoro non più motore delle forme, anche mutualistiche, della solidarietà (dalle società operaie di mutuo soccorso, alle case del popolo, al grande sindacato), bensì base di reclutamento per le forme più aggressive della competizione: il razzismo e la xenofobia sono, in parte, sostenute dalla fortissima condizione di incertezza ed insicurezza che pervade il lavoro.
Frammentazione e stratificazione che dalla fabbrica pervadono e si estendono al territorio e aprono ad una competitività che è tutta orizzontale, all'interno della classe.
In più, vivendo in una società lavoristica se il lavoro diventa precario è l'intera struttura sociale che diventa precaria.
Ed una società basata sulla precarietà diventa una società dell'incertezza e dell'insicurezza nella quale il virus dell'autoritarismo trova un habitat favorevolissimo. -
La destra, particolarmente la Lega, non da oggi ma in questi tempi con particolare forza, risponde presentando un modello di identità fondato sull'etnos, sul sangue, sulla terra, sugli egoismi (razzismi di ogni ordine e grado, non solo etnici), su modelli corporativi e protezionistici, e su di una idea istituzionale basata sulla "piccola patria" quale livello ottimale per un ruolo pubblico quasi esclusivamente, fondato sulla "law & order".
Il fenomeno delle "piccole patrie", la rottura degli stati nazione, la progressiva trasformazione dei contenuti su cui si esercita la sovranità (infatti è la stessa natura della sovranità che sta cambiando forma e sostanza), le diverse ricadute del fenomeno più generale della attuale globalizzazione, appartengono, tutte, ad una dimensione assolutamente planetaria, interrogano tutti in ogni parte del pianeta.
Qui, in Italia ed in Veneto, i temi della rappresentanza politica, della qualità e delle forme della rappresentanza politica, assumono una particolare rilevanza anche per effetto delle vicende degli anni '90, che hanno visto la parziale cancellazione di una classe politica corrotta, sostituita da una classe politica anch'essa frammentata, debole, e condizionata dagli effetti ipnotici del "mago delle televisioni".
La nuova borghesia industriale, culturalmente rasoterra, attraverso la Lega, si autorappresenta in politica (è già successo in Italia dopo la I guerra mondiale ed abbiamo assistito alla nascita del fascismo).
La sinistra, in Veneto, o è troppo piccola o ha assunto i paradigmi della società dell'impresa.
La mistica dell'impresa nana, e la conseguente volontà di agevolarne i desiderata, hanno prodotto, in vent'anni, una sorta di progressivo smottamento culturale ed oggi, a fronte dell'evidente processo di trasformazione, crisi in senso proprio, del modello veneto, la sinistra non presenta alcuna idea realmente alternativa al centro destra ed alla Lega che rappresenta, in Veneto, l'architrave della destra.
E contemporaneamente la sinistra stessa, guardando altrove, lascia il lavoro totalmente privo di rappresentanza politica e conseguente preda e leghista con le varianti alla Panto della destra populista, neofascista.
Il risultato delle recenti elezioni regionali evidenziano questa situazione, nelle realtà dove maggiore è la presenza operaia e dove con più peso morde la crisi del nord-est registriamo il crollo del voto a sinistra e l'assoluta egemonia della Lega e di Panto.
Più che nel passato la Lega appare, oggi, come l'interprete autentico delle pulsioni più forti della destra, anche quella cattiva ed eversiva.
Piccola patria, legge ed ordine, aggressività e violenza verbale, aggressività e violenza dei comportamenti, difesa armata dei confini, guerra fuori, protezionismi di varia natura, demonizzazione di tutte le differenze e assunzione dei dettami del turboliberismo economico e del conformismo culturale, candidano la Lega a rappresentare, attraverso le risposte autoritarie e fascistizzanti, i timori e le incertezze delle popolazioni del Veneto.
La lega è l'interprete del modello sociale basato sul differenzialismo etnico, una strutturazione a "caste", in cui alla diversa articolazione etnica corrisponde una diversificazione di diritti sociali, di tutele . di normative salariali e lavorative.
Così in una logica coerente la famiglia patriarcale ridiventa il luogo dell'egemonia maschile e il riferimento alla religione cattolica nella versione oscurantista, la clava da usare in tutte le rivendicazioni di identità. -
Alle molteplici piccole patrie si sovrappone, come legame fondamentale, il peronismo presidenzialista ed autoritario che svuota tanto gli organi rappresentativi della democrazia universalistica quanto i corpi sociali intermedi.
Le scelte della Lega sono, al di la delle contraddizioni verbali, particolarmente coerenti con le politiche neo cons.
Le piccole patrie non contraddicono il tentativo di governo planetario dei neo cons statunitensi: ne rappresentano l'altra faccia della medaglia.
Le piccole patrie, così funzionali al controllo autoritario del territorio, ed alla formazione della cultura dell'aggressività, non hanno dimensione, peso specifico, massa critica, per rappresentare una alternativa sia al disegno guerrafondaio dei neo cons che al controllo degli interessi su scala nazionale.
Per questo le piccole patrie non sono alternative, bensì complementari, sia al potere statunitense che al "potere" berlusconiano: li sostengono, li alimentano e ne vengono alimentate.
La atomizzazione economica, sociale, individuale, la rottura delle forme della rappresentanza solidale, sostengono la costruzione di un potere insieme demagogico/peronista da un lato e vocalista/razzista dall'altro.
L'assenza di regole, o meglio, le regole ad personam, rappresentano lo strumento fondamentale per il sostentamento delle due gambe, locali e generali, di questo potere. -
Questa deriva non è contrastabile solo attraverso tradizionali e specialistici interventi (sul lavoro, sull'ambiente, sulla sanità, sulle dimensioni sociali ecc.) ne su elenchi programmatici per quanto organicamente costruiti.
Nel corso di almeno tre decenni, dalla metà degli anni '70, si è sviluppata una offensiva, anche e forse soprattutto culturale, della destra a cui ha corrisposto una sorta di smottamento ideale/ideologico e culturale della sinistra.
Viene meno il "modello" del "socialismo realizzato" e la sinistra riformista interiorizza la "fine della storia" e si riduce a mero attenuatore delle asperità del liberismo capitalista.
Anche in Veneto accade il modello dell'impresa nana e del "popolo degli imprenditori, sia interiorizzato dalla sinistra moderata, ed anche dal sindacato.
Il ruolo della politica, delle istituzioni, delle organizzazioni sociali, si riduce progressivamente ad agevolatore dei desiderata dell'unico soggetto centrale: l'impresa.
A questo modello ideologico, sociale, culturale, non è contrapposta alcuna idea altra da questa.
Interventi settoriali, specialistici, elenchi programmatici, tutti pur necessari, sono inutili se non si è in grado, ripartendo dalle condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori, delle cittadine e dei cittadini, di ridisegnare una nuova idea di società basata sulla centralità dei "viventi".
Serve un capovolgimento di paradigma: dalla centralità dell'impresa ad una nuova centralità del lavoro, dalla centralità dello sviluppo quantitativo alla centralità dell'ambiente, dalla centralità degli egoismi soggettivi alla centralità dei legami sociali.
C'è un terreno di battaglia ideale da affrontare, in primo luogo sui valori che vanno riletti nel quadro della nuova complessità sociale. L'uguaglianza tanto più importante nella diversità è terreno di battaglia normativa, politica e culturale nella fabbrica e nella società. Così la riproposizione della gestione comune delle risorse ambientali e antropiche, i "beni comuni", in un quadro di devastazione di ambente e paesaggio che non ha paragoni nelle storia dell'umanità.
Serve un modello di società " altro " basato su valori condivisi, su una identità comune che integri e valorizzi le singolarità, serve un progetto di comunità, di patria comune da contrapporre alla clava del modello identitario etnico delle piccole patrie. -
Un modello di società: la nostra regione non è estranea a modelli sociali basati su valori forti e condivisi. In tempi non lontani il veneto dell'emigrazione del bracciantato contadino del poco e mal pagato lavoro era anche la regione della solidarietà, della vita comune,del senso di forte appartenenza ad una comunità dove valori e comportamenti di forte condivisione erano la condizione della sopravvivenza di tutti. Oggi di fronte alla solitudine e insicurezza, che sono il portato finale del fallimento del modello iperliberista del nord-est, la sfida è quella di tracciare e costruire elementi di controtendenza basati sulla centralità della persona nei processi di organizzazione sociale e del lavoro, su valori di uguaglianza e solidarietà, sulla tutela pubblica dell'ambiente, del territorio, del patrimonio culturale.
Ci proponiamo l'obbiettivo di rovesciare i parametri assoluti (impresa-mercato) e la gestione privatistica che governano l'assetto produttivo della nostra regione per porre l'obbiettivo di un'economia basata sugli interessi della comunità, sulla piena occupazione, sul rispetto del territorio, sui diritti dei lavoratori, su redditi da lavoro onorevoli.
Un assetto basato su un nuovo intervento pubblico nell'economia, dalla programmazione all'organizzazione di fattori per l'innovazione del modello economico e sociale.
Partiamo da una riflessione sul modello economico che ha trasformato società e territorio nelle nostra regione, dal settore primario dove prevale la monocultura intensiva a basso valore che ha provocato disastri dal punto di vista ambientale e sanitario (dall'allevamento avicolo, alla coltivazione del mais ), alla produzione industriale che ha visto successivamente smantellare le aziende storiche che hanno costruito il capitalismo nella nostra regione (dalla Galileo alla recentissima vicenda Marzotto) senza una credibile risposta da parte della classe politica e sindacale della nostra regione. Registriamo la marginalità del settore industriale nella nostra regione dove anche le" grandi aziende" sono di fatto comparti periferici delle multinazionali e subiscono la logica del contoterzismo.
E' esemplare l'atteggiamento dell'Elelettrolux che ha caratterizzato la sua politica aziendale nella ricerca di bassi costi di produzione per concludere nella progressiva delocalizzazione degli impianti.
Dobbiamo dotarci di una proposta economica ,per promuovere...una economia che sia socialmente equa e ecologicamente sostenibile...per individuare alcuni nodi di fondo e assi su cui investire con risorse pubbliche nella direzione della ricerca, della qualità, dell'innovazione.
Nella nostra regione vuol dire riscoprire la vocazione del territorio, la ricchezza delle produzioni agricole sviluppabili sui "cicli corti", della loro qualità, rilanciare il primato culturale e artistico per un turismo di qualità e non invasivo. Vuol dire interrompere la logica degli investimenti a pioggia alle imprese e orientare le risorse pubbliche in investimenti in settori strategici anche di produzioni manifatturiere e industriali connesse con il risparmio energetico, il trasporto pubblico, le tecnologie più avanzate. -
Serve un "itinerario" di costruzione di una "IDENTITA'" altra che, non potendosi fondare su singoli ambiti di iniziativa, deve necessariamente costruirsi su una idea sistemica.
Il nodo che abbiamo di fronte si chiama IDENTITA'. La società dell'incertezza sgretola i legami e trasforma le persone da cittadini in consumatori, atomizza i soggetti. Vanno ricostruite le identità sapendo che la fluidità dei soggetti non è facilmente riallocabile in recinti tradizionalmente perseguiti. Va ben articolato un pensiero, ed una pratica, della pluralità, della molteplicità.
I soggetti collettivi, nel tempo presente, non possono che essere "soggetti plurali a identità molteplici".
Il compito della politica deve essere quello di ricostruire i luoghi, i terreni, le pratiche di ricomprensione dei dispersi, dei senza identità, dei frantumati.
L'inchiestazione, se non si riduce alla produzione di una ennesima raccolta di "saggi brevi", può rappresentare uno strumento utile che affianca altre iniziative.
Ad esempio trovando le modalità di messa in relazione dei diversi conflitti che insorgono nei luoghi di lavoro e che, oggi, si accendono, si sviluppano e si esauriscono in sé senza mai diventare "fatto politico generale".
Infatti se vogliamo intervenire sul lavoro, oltre agli strumenti tradizionali dell'inchiesta, mi pare utile pensare alla individuazione concreta di soggetti, compagni disponibili, che agiscano sul territorio costruendo una vera e propria mappa delle diverse situazioni per poterle poi mettere in relazione tra loro promuovendo riunioni per aree. Sull'asse della pedemontana, ad esempio, si potrebbe individuare, a basso costo sui rimborsi, una persona che, per sei mesi a tempo pieno, sviluppi un lavoro mirato, sulle aziende in conflitto, in modo tale da mettere in relazione le une con le altre consentendo, alle federazioni sia di recuperare quei rapporti che oggi, per le note difficoltà del Partito, non esistono, che di promuovere riunioni territoriali costruendo, così, dei luoghi fisici di incontro e di confronto tra i dispersi del lavoro.
Identico lavoro va fatto promuovendo la costituzione di una ASSEMBLEA PERMANENTE del Lavoro Precario attraverso incisive campagne di comunicazione per pubblicizzare riunioni tra i precari e gli "atipici". Riunioni che potrebbero anch'esse diventare dei luoghi di conoscenza e di costruzione di obiettivi e pratiche comuni tra i precari che oggi, in Veneto più che in altre regioni, sono abbandonati a se stessi.
Sia per i lavoratori attivi che per i precari si potrebbero, per questa via, costituire appunto delle agorà permanenti in grado di agire come motori di iniziativa sia per il Partito che per il Sindacato. -
Serve partire dalla persona/cittadino per ricostruire l'insieme dei legami/valori: cittadini ambiente, cittadini lavoro, cittadini afffetti, cittadini socialità, cittadini tutele, cittadini territorio, cittadini salute, cittadini cultura, cittadini istruzione, cittadini cultura/e, cittadini istituzioni, cittadini partecipazione, cittadini rappresentanza, rappresentano alcune delle "dualità" sulle quali riarticolare legami sociali, collanti identitari e, conseguentemente una diversa visione di COMUNITA'.
Vanno definiti dei percorsi/programma sociali, politici ed istituzionali.
Vanno realizzate delle vere e proprie "piattaforme" sociali, organizzative, gestionali, logistiche.
Va messa in campo una idea di lavoro per le Istituzioni, nelle quali siamo presenti, per portarle a definire progetti e pratiche.
Mi pare necessario pensare ad una nuova stagione di "URBANISTICA SOCIALE" sia per la ricostruzione dei luoghi della comunicazione tra le persone (le piazze reali al posto di quelle virtuali dove tutti siamo solo dei consumatori) che per la articolazione di risposte qualitativamente diverse alla crisi del modellino fondato sull'impresa nana.
Piattaforme logistiche ed organizzative possono ridisegnare le zone industriali, recuperare spazi senza cementificare, riaggregare le aziende per specializzazione produttiva (ad esempio il ciclo della casa -frigoriferi, lavatrici, caldaie, condizionatori, ecc.-) riducendo l'impatto del just in time (magazzini trasferiti sui camion che corrono sulle strade) e ripensando il territorio.
Questa pianificazione ne può accendere delle altre; un esempio fra tanti: se riaggrego le aziende posso pensare ad orari di lavoro di zona industriale aggregata, se penso agli orari di zona posso pensare sia alle mense di area (dei luoghi della comunicazione e della identità di chi lavora) che ad un sistema di trasporto pubblico delle persone molto più vasto e capillare sulle fasce di orario.
Solo un sistema pubblico, e le istituzioni che lo guidano, possono avere gli strumenti e la capacità di convinzione dei soggetti imprenditoriali per realizzare una trasformazione ordinata che superi il disordine attuale. -
Apertura della fase costituente della sinistra alternativa in Veneto: individuazione dei soggetti con cui avviare questo itinerario (pezzi di sindacato, pezzi di volontariato, pezzi di pacifismi, pezzi di non violenti, pezzi di forze politiche, pezzi di associazioni) da intendersi come assolutamente aperto (chi non partecipa dall'inizio può inserirsi in un secondo, terzo, momento).
Il PRC è condizione essenziale ma non sufficiente per la costruzione di una diversa società veneta. Prendere atto di ciò non costituisce un impoverimento della nostra funzione e, al contrario, ci rende pronti ad affrontare, superati i traumi della "sopravvivenza", il mare aperto del confronto politico con il molto che si muove anche nei nostri territori. Un "molto" che è fatto di forze politiche, organizzazioni sindacali e/o pezzi di queste, associazionismo, singole persone.
Anche il risultato delle "primarie" rafforza l'esigenza di muovere il campo, di aprire il confronto con tutti gli interlocutori disponibili. Anche in Veneto, con il rispetto dovuto alla forza dei numeri, si è determinata una polarizzazione del voto attorno a Prodi e Bertinotti. Esiste il rischio reale che le tendenze neocentriste, massicciamente presenti nell'Unione, interpretino il voto come una delega ed utilizzino la riforma elettorale per dare corpo ad un processo di "grosse koalition" con l'espulsione della sinistra alternativa dal governo del Paese e, comunque, ridotta ai minimi termini.
Va lanciato, subito, l'obiettivo della COSTITUENTE della SINISTRA di ALTERNATIVA, chiamando al confronto tutti i soggetti disponibili.
Va messo in campo un progetto, in parte delineato, nell'analisi di queste pagine, di lavoro comune al fine di riaprire una discussione sul Veneto che nemmeno nel corso delle elezioni regionali si è stati in grado di sviluppare.
La Conferenza economica e sociale del Partito della Rifondazione del Veneto ha il compito di definire i contorni della proposta che va lanciata immediatamente.
Venezia, 24 ottobre 2005
Documento della Segreteria Regionale aperto al dibattito, ai suggerimenti, alle critiche
