top page
dimensioni testo:  piccolo  medio  grande


SCRIVI UN MESSAGGIO
SENZA CENSURE!!!
accedi al forum



Il distretto delle occhialerie della valle del Piave

Analisi di mercato

La struttura produttiva si articola principalmente su quattro fasce:

  • una grande azienda sempre più predominante, multinazionale e integrata verticalmente: la Luxottica di Del Vecchio (circa 6.000 mld di vecchie lire di fatturato);
  • tre grandi aziende internazionalizzate: Sàfilo di Vittorio Tabacchi (940 milioni di Euro), Allison, De Rigo e Marcolin di Della Valle (con fatturato di qualche decina di ml l'una);
  • un numero sempre più ristretto di Piccole e Medie Imprese che lavorano stabilmente per conto delle cinque grandi. Sono terzisti in grado di delocalizzare (anche in Oriente) componentistica, semilavorati e anche prodotti quasi finiti. Alcune imprese non lavorano se non occasionalmente per le ghrandi aziende e si presentano sul mercato offrendo prodotti con vari marchi minori in licenza o autonomi ovvero con prodotti senza marchio;
  • una platea piuttosto larga di Piccole e Medie Imprese che non lavorano (se non occasionalmente) per le grandi e che quindi si presentano sul mercato sparpagliate, offrendo prodotti con vari marchi autonomi e prodotti senza marchio. In totale attualmente le PMI occupano 1.700 addetti;

Le cinque grandi aziende citate detengono in licenza i marchi (loghi) più prestigiosi del mercato del mercato dell'accessorio di moda (Gucci, Chanel, Armani, Dolce & Gabbana...). In passato esistevano esclusivamente i marchi propri dell'occhialeria (Persol, Ray Ban, Police...), peraltro ancora presenti nel mercato. Alcuni di questi gruppi detengono anche quote significative di mercato attraverso catene di negozi di proprietà ovvero in franchising, con agenti monomandatari e controllano quote di mercato rilevanti nei punti vendita al dettaglio potendo offrire, oltre ai prodotti più richiesti, tramie contratti commerciali in contovendita ai negozi di ottica, anche ampio credito ai negozianti al dettaglio. I tempi di pagamento dei grandi gruppi infatti superano spesso i sei mesi e arrivano anche ai dodici mesi. Il ruolo del distributore nazionale (importatore) è quasi totalmente scomparso perché i gruppi hanno filiali dirette o rapporti diretti con tutti i mercati. Questa tendenza ha comportato il diradarsi e, successivamente, la scomparsa della clientela delle piccole e medie imprese anche perché assorbite o rilevate dai gruppi.

Il prodotto

Il prodotto si colloca sul mercato su tre fasce (grossomodo):

  • Prima fascia di alta qualità da 150 a 220 euro e oltre. Gli occhiali sono griffati;
  • Seconda fascia, sempre di ottima qualità ma unbranded da 90 a 150 euro;
  • Terza fascia, montature da vista, premontati e occhiali da sole dozzinali. Queste produzioni si sono oramai collocate interamente nel Far East (in Cina operano 8.000 aziende nel settore con qualche migliaio di dipendenti l'una; i costi di produzione sono 1/6 in meno e il prezzo alla vendita è più del 50% inferiore al prodotto italiano). I produttori cinesi hanno avviato i primi tentativi di commercializzazione diretta delle loro produzioni negli Stati Uniti e in Europa. Questo è avvenuto o tramite marchi giapponesi o italiani (Benetton). Il gruppo Moulin di Hong Kong - recentemente fallito - è uno di questi.

Il "made in Italy"

In generale il Made in Italy storicamente può essere definito come un prodotto di buona creatività stilistica, tempestività nelle consegne, rapidità nel seguire le tendenze del mercato, limitato contenuto tecnico e medio-basso prezzo (diversamente dal Made in Germany che ha come caratteristiche un alto contenuto tecnico, bassa creatività stilistica e un prezzo alto, mentre il Made in France presenta un'alta creatività stilistica, un prezzo medio e un limitato contenuto tecnico). Potremmo proseguire analizzando l'evoluzione nel tempo del Made in Japan e, recentemente, del Made in China. Nel settore dell'occhiale alla fine degli anni Ottanta la produzione Made in Germany è andata scomparendo a favore della produzione italiana. Così come è avvenuto per quella francese negli anni Novanta. Negli anni Duemila la produzione Made in Italy è andata scomparendo a favore della produzione orientale. A questo punto è evidente che non è facile ipotizzare un futuro per il Made in Italy, vale a dire il mix competitivo tra costi industriali di produzione (la manodopera incide per meno del 10% dei costi), creatività e innovazione, qualità tecnica, costi di distribuzione e commercializzazione che assorbono le quote crescenti dei costi complessivi del prodotto. Ad esempio se si definisse ufficialmente il Made in Italy un occhiale prodotto in Oriente e solo confezionato in Italia (come sembrano spingere i grandi gruppi globalizzati), avremmo lo sviluppo dell'attività di finissaggio e la sospensione di ogni attività più propriamente produttiva locale. Al contrario, se un occhiale venisse definito Made in Italy in modo molto rigoroso e quindi non solo confezionato, ma anche montato (aste, terminali, lenti, ecc.) e magari colorato e in parte costruito nel nostro paese, l'attività di produzione rischierebbe comunque di andare "fuori mercato" a causa della concorrenza da costi di lavorazione esercitata dalle imprese collocate in Oriente ma obbligherebbe i grandi gruppi a riqualificare le loro strategie di outsourcing.

Le piccole imprese

Le PIM che lavorano con/per le grandi fabbriche forniscono anche idee per nuovi modelli, nuovi materiali, nuove soluzioni costruttive, nuove produzioni in loco o in outsourching, parziali (semilavorati e componentistica) o totali. La contrattazione tra impresa leader e PIM fornitrice avviene in continuazione sulla base di reciproci rapporti di convenienza e fiduciari. Le PIM indipendenti, viceversa, sono quelle che presentano problemi più gravi di sopravvivenza (più di 40 sono state chiuse dall'inizio del 2005 con 1.200 addetti collocati in mobilità).

Le imprese leader

In pratica le grandi aziende si caratterizzano sempre di più come strutture commerciali (curando la progettazione, la distribuzione e il marketing). La ricarica sul prezzo dei prodotti brand è di 20 volte circa il prezzo di produzione. Ad esempio Luxottica possiede 5.000 punti vendita nel mondo (Lens Crafter, Sunglasses Hut, Cohen's Optical) e 100 solo in Italia (Gruppo Avanzi) e 150 in Cina. I rischi della ideazione e della produzione sono esternalizzati ai contoterzisti subfornitori.

Emergenza SAFILO

La crisi della Sàfilo sembra essere stata superata con l'approvazione del piano di risanamento proposto dalle banche che privilegia lo "scaricamento" di quote di occupazione e di produzione, temporanea, sulla catena dei contoterzisti, che hanno quindi funzionato da "polmone".

(NOTA. Su questa vicenda controversa, si rinvia all'interrogazione in Consiglio Regionale di Pierangelo Pettinò e alla relativa risposta della Giunta. Sarebbe utile capire quante sono le quote di produzione che riescono a tenere all'interno degli stabilimenti cadorini e quanto invece sono prodotte in outsourcing in Italia e all'estero).

Azioni possibili

Problemi comuni alle PIM sono:

  • la ricerca, il trasferimento e l'applicazione di nuovi materiali nell'occhialeria;
  • il design;
  • la prototipazione;
  • la gestione dei brevetti.

Per gli autonomi si aggiungono:

  • l'accesso alla commercializzazione;
  • la gestione del Made in Italy.

Possibili percorsi da seguire:

  • Un centro per la ricerca e l'applicazione di nuovi materiali, convenzionato con le Università e i Centri di ricerca internazionali. (La Certottica spa pubblica/privata di Longarone andrebbe completamente riformata);
  • Un centro tecnologico (tipo quello di Montebelluna per la scarpa sportiva) per la prototipazione rapida, di facile accesso a tutti i produttori. (Non serve l'"incubatore" oggi esistente in una località praticamente inaccessibile);
  • Un centro di formazione e di design;
  • Un centro per la gestione amministrativa dei Brevetti e di servizio per le pratiche burocratiche delle aziende impegnate nella internazionalizzazione;
  • Un certificato di qualità locale cadorino (esiste già un consorzio GLAD, ma non funziona), legato a catene di vendita che gestisca una "borsa merci" con istituti bancari e le insolvenze da parte dei rivenditori;
  • Una difesa intransigente del Made in Italy, estendendo da subito anche all'occhiale la normativa europea (ad esempio: il 60% del valore deve essere prodotto in Italia considerando valore anche il marchio e il design oppure come lo Swiss Made svizzero per gli orologi), superando la normativa americana, secondo cui basta la "sostanziale trasformazione".

 

Belluno 26 agosto 2005



top page