Con i "cancellati" sloveni per i diritti negati
SOLIDARIETA' DEL FORUM DELLA SINISTRA EUROPEA DELL'ALPE ADRIA ALLE COMPAGNE E COMPAGNI IN LOTTA CONTRO IL RAZZISMO E LA XENOFOBIA IN SLOVENIA
Il Forum della Sinistra Europea dell'Alpe Adria, fin dalla sua costituzione nel novembre 2005 a Klagenfurt ha indicato tra i suoi obiettivi il sostegno alla causa dei "cancellati" sloveni, donne e uomini privati di ogni diritto da un provvedimento razzista intollerabile ed inconciliabile con una idea democratica di Europa.
Nel 2° Forum della SE Alpe Adria, tenutosi lo scorso ottobre a Lamon (BL) abbiamo indicato la necessità di promuovere una giornata di mobilitazione a fianco dei "cancellati", accompagnata da un ordine del giorno da presentare in tutte le sedi istituzionali.
Igor Kocjiancic coordinatore del Forum della SE Alpe Adria e capogruppo PRC in Consiglio Regionale del Friuli venezia Giulia, ha ospitato a Trieste la conferenza stampa della carovana promossa dai "cancellati" che ha attraversato Italia e Francia e raggiunto la sede del Parlamento Europeo.
Pubblichiamo di seguito il documento della "carovana dei Cancellati".
Renato Cardazzo
Forum Sinistra Europea Alpe Adria
La carovana dei cancellati: da Lubiana a Bruxelles
27 /29 novembre 2006 - Slovenia, Italia, Francia, Belgio
Il 27 novembre, una carovana è partita da Lubiana e attraverso Italia e Francia, ha raggiunto il Parlamento Europeo: la carovana dei cancellati.
Con questa iniziativa noi, cittadini cancellati della Slovenia, raccogliamo l'invito degli eurodeputati che ci hanno chiesto di portare a Bruxelles le nostre esperienze di esclusione e violazione dei diritti umani, per iscrivere la questione dei cancellati fra le priorità dell'agenda europea. Nel nostro viaggio, incontreremo i compagni, le associazioni, i soggetti politici e sociali che ci sostengono e con i quali condividiamo le ragioni di fondo di un impegno comune.
Per comprendere le ragioni che ci spingono a Bruxelles, bisogna ricordare che 14 anni fa, il 26 febbraio 1992, pochi mesi dopo che la Slovenia aveva proclamato la propria indipendenza dalla Repubblica Federativa Socialista Jugoslava, con un'operazione segreta il governo sloveno ha privato diverse decine di migliaia di persone dei loro diritti fondamentali.
Si è trattato di un intervento di "pulizia etnica" silenzioso, realizzato via computer, attraverso il quale ci hanno tolto la "residenza permanente" - nella Slovenia di oggi, come già nella Jugoslavia di ieri, la "residenza permanente" rappresenta per tutte le persone l'unica chiave d'accesso ai diritti civili, sociali e politici. Hanno distrutto i nostri documenti e ci hanno trasformati, da cittadini come gli altri, in stranieri illegali.
Insieme ai diritti di cittadinanza abbiamo perso il lavoro, le pensioni, il diritto all'istruzione e all'assistenza sanitaria, e perfino il permesso di risiedere a casa nostra. Siamo diventati "i cancellati".
La Corte Costituzionale slovena ha dichiarato più volte (in particolare nel 1999 e nel 2003) l'incostituzionalità e l'illegalità della "cancellazione", esigendo l'immediata e totale reintegrazione dei nostri diritti. Varie istituzioni internazionali (i Comitati delle Nazioni Unite, il Comitato consultivo e il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, e altri) hanno avanzato con forza le medesime richieste.
Nonostante questo, lo Stato sloveno si rifiuta di porre rimedio alle ingiustizie commesse.
Noi, cittadini cancellati della Slovenia, ci stiamo battendo da tempo per il riconoscimento dei nostri diritti. Il governo sloveno si mostra sordo alle nostre istanze, e continua a ignorare le sentenze della Corte Costituzionale, mantenendo da anni il Parlamento sloveno in una condizione di illegalità. A Bruxelles chiederemo che le istituzioni comunitarie prendano posizione: la cancellazione è un problema europeo e proprio la Slovenia - il paese che ha inventato i "cancellati", il paese dove la Costituzione conta meno del due di coppe - assumerà nel 2008 la presidenza dell'Unione.
Se fino a oggi il governo sloveno ha potuto avvalersi del silenzio complice degli altri esecutivi europei, che fingono di non vedere quello che accade a Lubiana, sul fronte opposto il nostro movimento trova sostegno e solidarietà nella società civile di altri paesi d'Europa.
Il 4 luglio 2006, tramite lo studio Lana - Lagostena Bassi di Roma, abbiamo presentato un ricorso collettivo presso la Corte europea dei diritti umani. Esso si inquadra in un'ampia iniziativa politica internazionale, che troverà espressione nella carovana che il 27 novembre prenderà le mosse da Lubiana per raggiungere Bruxelles, attraversando diversi paesi d'Europa.
Noi, cittadini cancellati della Slovenia, siamo anche cittadini cancellati d'Europa.
È giunto il momento di rompere il silenzio dell'Europa. L'omertà delle sue istituzioni solleva interrogativi inquietanti sulla natura effettiva dei principi, dei valori e sull'orizzonte ideale su cui si intende fondare il concetto di "cittadinanza europea".
Non siamo, purtroppo, gli unici "cancellati" d'Europa: le politiche di discriminazione e negazione dei diritti di cittadinanza sono un fenomeno che dilaga in diversi paesi.
Noi, cittadini cancellati della Slovenia, siamo una componente della moltitudine degli esclusi, degli invisibili, dei cancellati d'Europa. La nostra lotta è la stessa dei migranti senza permesso di soggiorno, dei rom senza cittadinanza, dei rifugiati senza asilo - di tutti coloro che, a dispetto della retorica ufficiale delle istituzioni europee, sono feriti nella loro dignità e privati dei diritti fondamentali. Ci sentiamo al fianco di chi vede intaccare i propri diritti sul luogo di lavoro, di chi viene condannato a un futuro di precarietà senza uscita.
La "cancellazione" dell'essere umano, la negazione e la compressione delle sue potenzialità civili e sociali è un processo che si articola in diverse forme e gradazioni - di cui quello che è accaduto a noi, cancellati della Slovenia, rappresenta solo l'espressione più estrema, paradigmatica e brutale.
Il numero dei "cancellati" dell'Europa è in costante aumento. Questo dato richiama alla memoria la condizione degli "apolidi" fra le due guerre mondiali, e proietta un'ombra fosca sul futuro della democrazia europea.
1. Con la "cancellazione", nel 1992 la Slovenia ha provocato la morte civile di decine di migliaia di persone
Il 26 febbraio 1992, il Ministero degli affari interni sloveno ha cancellato dai registri di residenza permanente diverse decine di migliaia di persone (i dati ufficiali, nettamente sottostimati, parlano di 18.305 individui: l'1% della popolazione del paese).
Fino ad allora, tutti i cittadini jugoslavi che avevano la "residenza permanente" in Slovenia godevano della totalità dei diritti civili, politici e sociali. Poi giunse l'indipendenza e, contestualmente, la definizione di un nuovo concetto di "nazionalità slovena". Fu a questo punto che le autorità decisero di eliminare, in gran segreto, tutti coloro che, secondo loro, non erano "etnicamente sloveni".
A tal fine, hanno rimosso dai registri di residenza permanente i nominativi dei cittadini che non avevano richiesto di acquisire la nazionalità slovena entro il termine strettissimo fissato per legge, o la cui domanda era stata respinta.
E così, da un giorno all'altro, senza saperlo, siamo diventati "stranieri illegali". O meglio, come si espresse nel 1996 il Ministro degli interni, "stranieri in flagrante".
Abbiamo perso tutti i diritti fondamentali. Un gran numero di noi si è ritrovato in una condizione di apolidia; molti sono stati rinchiusi nei C.P.T. ed espulsi; migliaia di altri sono stati costretti, in varie forme, a lasciare il paese.
Chi siamo, in realtà, noi cancellati? Su che genere di persone si è abbattuta la scure della "cancellazione"?
Nella maggioranza dei casi siamo lavoratori, che si erano trasferiti in Slovenia negli anni '60, '70 e '80, provenendo da altre repubbliche della federazione jugoslava. Migranti interni, che si spostavano nell'ambito del medesimo Stato per motivi diversi, soprattutto di carattere economico. L'industria e l'economia slovene, in forte sviluppo, necessitavano di manodopera: erano le aziende stesse ad andare a caccia di giovani nelle altre regioni del paese, a convincerli a venire a lavorare al Nord.
Dopo l'indipendenza, molti di questi "immigrati interni" hanno acquisito la nazionalità slovena. Per altri, però, fu decretata la "morte civile" da parte delle autorità. La sentenza è stata eseguita revocando il permesso di residenza permanente, indispensabile per accedere all'esercizio dei diritti sociali, civili e politici.
Fra noi, cittadini cancellati della Slovenia, vi sono molte persone nate e cresciute in Slovenia. Sono state epurate perché uno dei genitori era originario di qualche altra regione della Jugoslavia. Altri, pur avendo entrambi i genitori sloveni, per qualche circostanza casuale si erano trovati a nascere fuori della Slovenia, in qualche altra repubblica jugoslava - e sono stati, a loro volta, implacabilmente cancellati.
Quali sono le conseguenze della cancellazione? Cosa ha comportato in concreto, per la vita quotidiana delle persone, la revoca della "residenza permanente"?
Nella grande maggioranza dei casi, i cancellati hanno perso il posto di lavoro, senza la possibilità di trovarne un altro. Molti sono rimasti senza la pensione per cui avevano pagato anni e anni di contributi.
Non potevamo guidare l'automobile, dato che le patenti di guida - rilasciate in Slovenia - erano state distrutte nelle Unità amministrative. Non osavamo lasciare il paese, dal momento che non ci avrebbero fatti rientrare.
Molti di noi, costretti a emigrare, si sono rifugiati in Italia, Germania, Austria, Belgio, o in altre repubbliche della ex-Jugoslavia. Altri sono rimasti in Slovenia, in condizioni di clandestinità. Alcuni hanno dovuto fingere di essere profughi e chiedere asilo in Slovenia - nel loro paese, dove erano vissuti fino a poco tempo prima come cittadini a pieno titolo, senza discriminazioni.
Accadeva frequentemente di essere trattenuti nelle stazioni di polizia, o incarcerati nel Centro di Permanenza Temporanea. A volte, la conseguenza diretta della cancellazione è stata la morte: si sono avuti casi di suicidio, decessi per indigenza o per l'impossibilità di accedere alle cure mediche. E abbiamo appreso di persone che sono state trucidate dopo essere state deportate in luoghi dove infuriava la guerra civile.
Diversi di noi sono stati cacciati dalle loro case. Ma anche quando quando ciò non accadeva, perdevamo il diritto di comprarle - un diritto accordato agli altri inquilini, cittadini sloveni con denominazione d'origine controllata.
Numerose famiglie sono state divise dalla cancellazione. Dovevamo nasconderci dalla polizia, subendo blitz, minacce, torture fisiche e psichiche. Molti bambini sono cresciuti senza i genitori, e ad alcuni di noi è stata negata la possibilità di registrare all'anagrafe il proprio ruolo di padre.
Questo genere di violenze costituisce, ancora oggi, il menu quotidiano per numerosi cancellati che sono costretti alla clandestinità, in Slovenia e altrove. Senza documenti, senza diritti, senza difese.
2. La Corte costituzionale slovena e diversi organismi internazionali hanno ripetutamente condannato la cancellazione
La Corte costituzionale slovena ha più volte condannato l'operato del governo.
Nel 1999 ha dichiarato l'incostituzionalità della cancellazione, ingiungendo al legislatore di restituire ai cancellati il permesso di residenza permanente.
Nel 2003 la Corte ha nuovamente decretato l'incostituzionalità della cancellazione, ordinando la reintegrazione di tutti i nostri diritti, in senso retroattivo, a decorrere dal 26 febbraio 1992.
A tutt'oggi la Repubblica Slovena non ha applicato le sentenze della Corte costituzionale. Al contrario, la coalizione al governo ha predisposto una legge costituzionale con la quale vorrebbe sottrarre la questione alla competenza della Corte.
La vicenda dei "cancellati" è da tempo all'attenzione dei Comitati ONU (Comitato diritti umani, Comitato sull'eliminazione della discriminazione razziale, Comitato sui diritti del fanciullo, Comitato sui diritti economici, sociali e culturali), i quali hanno manifestato serie preoccupazioni in ordine agli effetti della cancellazione sul rispetto dei diritti umani, chiedendo l'immediato adempimento delle sentenze della Corte costituzionale.
Il Comitato sui diritti economici, sociali e culturali, nel 2006 si è espresso come segue: "The Committee observes that this situation entails violations of these persons' economic and social rights, including the rights to work, social security, health care and education /.../ The Committee urges the State party to take the necessary legislative and other measures to remedy the situation of nationals of the States of former Yugoslavia who have been "erased" as their names were removed from the population registers in 1992." (Osservazioni conclusive del Comitato adottate il 25 gennaio 2006, E/C.12/SVN/CO/1).
Il problema della cancellazione è stato esaminato anche dal Comitato consultivo del Consiglio d'Europa che ha sviluppato considerazioni analoghe: "The Advisory Committee notes with concern that, despite the relevant Constitutional Court decisions, several thousand persons whose names were deleted from the registers of permanent residents on 26 February 1992, and automatically transferred to the registers of foreigners, are still, more than ten years on, awaiting clarification of their legal status./.../ In many cases, the lack of citizenship or of a residence permit has had a particularly negative impact on these persons' situation. It has, in particular, paved the way for violations of their economic and social rights, with some of them having lost their homes, employment or retirement pension entitlements, and has seriously hindered the exercise of their rights to family life and freedom of movement." (Comitato consultivo del Consiglio d'Europa, 1 dicembre 2005)
Inoltre, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Alvaro Gil-Robles, ha più volte preso in esame la questione dei cancellati, osservando: "The issue of erased persons continues to be a divisive and politically charged issue in Slovenia and is the subject of heated debate. Regrettably, the issue has been frequently used by some political factions as a campaign tool. Especially during the period leading to the October 2004 general elections, many politicians made xenophobic statements when referring to the issue of the erased persons and to others considered non-Slovene or otherwise different./.../ As regards the enactment of the law regulating and reinstating the status of the remaining erased persons, the Commissioner urges the Slovenian government to definitely resolve the issue in good faith and in accordance with the decisions of the Constitutional Court. Whatever the appropriate legislative solution may be, the current impasse reflects poorly on the respect for the ruule of law and the Constitutional Court's judgements in Slovenia." (rapporto adottato il 29 marzo 2006)
Queste raccomandazioni, e altre autorevoli prese di posizione, hanno aperto la strada all'internazionalizzazione del problema. Ciò nonostante, la questione dei cancellati rimane irrisolta. Molti di noi sono ancora senza cittadinanza e senza alcun documento valido. Siamo costretti a vivere da clandestini, nascondendoci dalla polizia. In un contesto simile, lo slogan "Europa senza frontiere" suona come una frase vuota, priva di contenuto.
3. Il movimento dei cancellati: non vogliamo essere percepiti come vittime, ma come un soggetto politico capace di connettersi ad altre reti di resistenza
Per lungo tempo, ognuno di noi ha subito l'esclusione e le violenze di cui era oggetto come una tragedia individuale, in uno stato di totale solitudine. Eravamo all'oscuro del fatto che la cancellazione non riguardava pochi individui, ma almeno una persona su cento, nella Repubblica Slovena.
Ci sono voluti diversi anni perché la verità potesse farsi strada e il fenomeno iniziasse a essere percepito nei suoi contorni reali. Un po' alla volta abbiamo cominciato a incontrarci, a confrontare le nostre esperienze e a far sentire la nostra voce. Abbiamo dato avvio a numerose iniziative legali e ingaggiato un serrato confronto politico con lo Stato, per riottenere la pienezza dei nostri diritti.
Nel 2000 abbiamo cominciato a organizzare proteste pubbliche, e da quel momento abbiamo partecipato, anche all'estero, a numerose manifestazioni per i diritti dei migranti.
Sul tema della cancellazione abbiamo preparato seminari, esposizioni, tavole rotonde, tribune pubbliche, in Slovenia e all'estero (Italia, Regno Unito, Francia, Danimarca, Austria...). Ci siamo più volte incontrati con gli ambasciatori delle repubbliche dell'ex-Jugoslavia e con i deputati del Parlamento Europeo. Inoltre, abbiamo organizzato diverse iniziative di ampia risonanza, come la marcia da Capodistria a Lubiana, lo sciopero della fame alla frontiera tra Slovenia e Austria, e numerose manifestazioni di fronte al parlamento sloveno.
Nell'estate del 2006 abbiamo inaugurato la prima "Ambasciata dei cancellati", a Topolò (una località al confine tra l'Italia e la Slovenia). Nello stesso periodo, il 4 luglio 2006, tramite lo studio legale Lana - Lagostena Bassi di Roma, abbiamo presentato un ricorso collettivo presso la Corte europea dei diritti umani. Esso si basa su un "campione" di undici persone che sono tutt'ora senza alcuno status legale, prive di ogni diritto, e vivono in una condizione di totale precarietà.
Per le esigenze della nostra battaglia politica ci siamo organizzati in due associazioni, coinvolgendo molti soggetti, in Slovenia e altrove. Ha preso forma un'estesa rete di solidarietà, che comprende organizzazioni e individui che, in vari paesi, si battono per il rispetto dei diritti umani, e va da Amnesty International ai metalmeccanici italiani della FIOM. Stiamo sviluppando una campagna mediatica su riviste, giornali e stazioni radio (Mladina, Radio Mar_, Radio _tudent, Ve_er) con l'appoggio del quotidiano Il Manifesto.
Sulla cancellazione sono stati prodotti diversi saggi scientifici; alcuni documentari, realizzati nel Regno Unito, in Slovenia, Italia e Olanda, hanno contribuito a far conoscere quello che è accaduto, e continua ad accadere in Slovenia.
L'opinione pubblica slovena rimane comunque divisa tra i sostenitori del nostro movimento e i suoi oppositori, che ci rappresentano come "nemici del popolo" e dello Stato sloveno. Alcuni di essi - non ultimi, diversi membri del parlamento - ci tacciano di essere opportunisti, sfruttatori, codardi, arrivando persino a definirci dei "rifiuti" della società...
La verità è che hanno paura. La ribellione dei cancellati può essere un esempio contagioso, un fattore di aggregazione per tutti coloro che hanno perso l'assistenza sanitaria, il lavoro, il diritto alla casa o all'istruzione. Queste persone, anche se, a differenza di noi, hanno il passaporto sloveno, sono state in qualche modo "cancellate" anch'esse. La nostra battaglia è la loro battaglia.
In Slovenia, l'invenzione dei cancellati è servita a canalizzare e controllare le ansie di una popolazione che vedeva gettare alle ortiche un complesso sistema di garanzie sociali. Come nel resto d'Europa, la creazione di un capro espiatorio - "cancellato", "zingaro", "clandestino" o "terrorista islamico" che sia - è funzionale a distrarre e confondere le persone che si vedono precipitare in un vortice di insicurezza e precarietà, in nome del libero mercato. L'iniziativa dei cancellati spezza questa spirale, recuperando quei valori di solidarietà, rispetto dell'altro, e uguaglianza, che costituiscono il lascito autentico delle esperienze di resistenza delle genti di queste terre.
4. I cancellati al Parlamento Europeo: la cancellazione non è una faccenda interna alla Slovenia, ma un problema europeo
Nel 2004 la Slovenia ha fatto il suo ingresso ufficiale nell'Unione Europea. Nella lunghissima lista di condizioni poste per entrare a far parte dell'Unione non figurava la richiesta di restituire i diritti ai cancellati.
Nel 2008 la Slovenia presiederà l'Unione Europea. Ancora una volta, la cancellazione non pare costituire un ostacolo. La mancata riparazione della violenza subita da decine di migliaia di persone non crea il minimo imbarazzo né al governo sloveno, né alle istituzioni dell'Unione. Del resto, queste ultime non mostrano alcun segno tangibile di accorgersi del problema.
È evidente che in questo modo le autorità slovene saranno incoraggiate a perseverare nel loro atteggiamento lesivo dei diritti umani e irrispettoso dei più elementari principi democratici. Il recentissimo, incredibile episodio del tentato pogrom e della deportazione di un'intera comunità rom, mostra che questa situazione rischia di avere conseguenze devastanti per gli equilibri culturali e morali della società slovena.
Noi, cittadini cancellati della Slovenia, e ora anche cittadini cancellati d'Europa, chiederemo ai responsabili delle istituzioni europee che ci illustrino le ragioni per cui essi tacciono, continuando a coprire con il loro silenzio la "cancellazione", e lasciando marcire la democrazia in Slovenia. Quali sono i criteri, i valori, la visione del mondo che ispirano il loro operato?
A nostro avviso, la cancellazione non è un fenomeno residuale, il portato del ritardo di un paese "arretrato", che stenta ad adeguarsi agli "standard" europei. Al contrario, essa è la manifestazione virulenta di una sindrome che si riproduce al cuore dell'Europa.
In questo continente esistono diverse categorie di "cancellati", e il loro numero è in costante aumento. I figli di genitori stranieri, nati e cresciuti in Italia, sono costretti all'apolidia; in Francia, i figli dei migranti algerini vivono senza diritti; i rom sono perseguitati, in Slovenia come altrove (il governo tedesco ha l'abitudine di rispedirli in Kosovo, dove rischiano la vita). Ai richiedenti asilo, quasi sempre si sbatte la porta in faccia. La lista dei "cancellati" è interminabile, nella democratica Europa.
A quanto pare, la tradizione europea di attenzione ai diritti sociali, di solidarietà e rispetto per le differenze culturali sta venendo sostituita da una politica di esclusione, reclusione e deportazione dei migranti - ammesso che si possano definire "migranti" persone che risiedono in Europa da molti anni. E l'Europa, per "integrarli", ha costruito la bellezza di 178 Centri di permanenza temporanea.
Noi, cittadini cancellati della Slovenia, domanderemo alle istituzioni europee se il rispetto dei diritti umani è, dal loro punto di vista, un optional, o un mero espediente retorico.
Siamo convinti che vi sia, oggi in Europa, la necessità indifferibile di ridefinire le nozioni di cittadinanza e "residenza (soggiorno) permanente". Riteniamo sia venuto il momento di abbracciare una nuova visione dei diritti di cittadinanza, concetto che va finalmente inteso come "cittadinanza di relazione": insieme di diritti e tutele che rispecchia i legami genuini ed effettivi (»genuine and effective links«, nel linguaggio del diritto internazionale) che le persone sviluppano là dove vivono e lavorano.
Va abbandonato, una volta per tutte, lo sciagurato criterio dello ius sanguinis, che riproduce il fantasma della "razza".
Ci auguriamo che l'Europa, invece di rimuovere il proprio passato d'emigrazione, farà tesoro delle memorie e delle esperienze dei migranti di ieri, applicandole al presente. In questo modo riprenderà vigore una cultura di accoglienza e solidarietà, indirizzata verso tutti coloro che si trovano sul suo territorio, e verso tutti coloro che vi stanno per giungere.
La nostra carovana vuole essere un passo in questa direzione. Ci batteremo fino in fondo per una società multiculturale e aperta, che non abbia bisogno di diffondere precarietà, di creare "cancellati", di fabbricare clandestini, di istituire Centri di permanenza temporanea.
Una società di uguali, che sappia sviluppare un'idea di cittadinanza fondata sulle relazioni fra le persone, anziché sulla "razza", sul sangue o sul suolo.
Nessun essere umano dovrà essere "cancellato", nell'Europa che costruiremo.
Informazioni e contatti
in lingua slovena o serbocroata:
Aleksandar Todorovic
++386 31532621
todor.novak@email.si
in lingua italiana, francese, portoghese o inglese:
Roberto Pignoni
++39 380-5232344
pignoni@mat.uniroma1.it
in lingua slovena o inglese:
Jelka Zorn
jelka.zorn@siol.net
in lingua italiana, slovena, spagnola, serbocroata o inglese:
Ursula Lipovec _ebron
ursula.lipovec@gmail.com
