Sinistra Europea
società cosmopolita
crisi dello Stato Nazione
Spunti per stimolare l'avvio di una riflessione sulll'alternativa anticapitalista
Intervento di M. Scroccaro
In queste due giornate di lavoro, volute per una riflessione comune sugli aspetti progettuali e di iniziativa per la costruzione del nuovo soggetto politico e sociale della sinistra di alternativa, credo risulti appropriato porre alcuni accenti, magari solo per titoli - ma con l'impegno a tenerli in forte considerazione - sul piano della riflessione anche teorica.
Non si tratta di un bisogno puramente accademico, per altro noi saremmo i meno indicati per un lavoro così impegnativo. Si tratta invece della necessità di affrontare il "campo dei valori" con una visione capace di rimettere a fuoco l'orizzonte di un progetto che deve crescere nei conflitti, nel lavoro capillare nel territorio, nei luoghi di studio e di lavoro, ma che deve offrire anche una risposta alla fondatezza di una alternativa al capitalismo.
Oggi abbiamo l'obbligo di interrogarci sulla possibilità concreta di offrire alle nuove generazioni un immaginario collettivo, un campo di idee, che riescano a parlare di una società nel divenire per cui valga la pena lavorare, che sappiano motivare il desiderio e la consapevolezza dell'essere soggettività nel corso della storia.
Per molti di noi la "rifondazione comunista" doveva essere proprio questo, la ricerca alla radice, alle fondamenta, di una via per il "socialismo del XXI secolo", abissalmente lontana dall'esperienza socialdemocratica e dai suoi epigoni liberisti, ma anche in assoluta discontinuità con le esperienze tragiche dei "socialismi realizzati" e delle "presunte ortodossie" comuniste.
Noi questo percorso lo abbiamo chiamato il "socialismo della libertà".
Non un espediente per riproporre improbabili "terze vie" tra socialdemocrazia liberale e una ortodossia leninista poi maturata nello stalinismo reazionario, ma un ritorno a Marx non chiudendolo in un "sistema rigido"; bensì ispirandosi come ad una forma "attivamente operante (...) in sviluppo".
Ci siamo più volte detti, magari senza poi offrire strumenti adeguati di analisi e di discussione, che era fondamentale liberare il marxismo dall'impostazione materialistico-economicistica tipica dell'idea burocratica e dell'avanguardismo parasindacale, per altro verso, di conferirgli una visione teorica più ampia, che gli consenta di aprirsi a orizzonti più vasti, mediante una traduzione ed elaborazione dei presupposti filosofici del marxismo nella direzione dell'etica, della filosofia della storia e della scienza.
Abbiamo indicato - troppo spesso semplicemente con tono propagandistico - un progetto ambizioso di ricomposizione, la dove il liberismo capitalistico divide;
- una nuova idea collettivistica, autogestionaria e solidale, la dove l'individualismo porta al rinsecchimento, il lavoro alla alienazione e il centralismo burocratico statale all'estraniazione;
- una idea egualitaria della distribuzione della ricchezza, la dove la forbice tra classi sociali si apre progressivamente;
- una idea di bene comune, la dove il capitalismo ingurgita il territorio, deforma il paesaggio, esaurisce le risorse naturali in modo irreversibile; la via universalistica, la società aperta la dove l'egoismo e il privilegio costruisce mostri e nemici individuati nei diversi, negli estranei, negli stranieri;
- la rottura dei confini e la sconfitta dei falsi miti nazionali di grandi e piccole patrie, riconquistando sedi di controllo e decisionali delle comunità, la dove il potere espropria le popolazioni e produce l'odio tra le genti;
- la pace, la nonviolenza, la cooperazione tra i popoli, la dove il patriottismo identitario e il monopolio imperiale della violenza generano guerra e terrorismo.
Questo "campo dei valori" con i nostri principi fondanti, indispensabili per una sinistra di alternativa, sono tornati ad essere - almeno in vaste aree dei territori in cui noi operiamo - enunciazioni vuote, incomprensibili quando non ostili per larga fetta della popolazione e anche per gran parte della classe lavoratrice.
Torna alla memoria quanto affermavano gli austromarxisti quando ponevano come centrale il fare i conti con la "necessaria opera di penetrazione del pensiero marxista del tutto estraneo alla tradizione della cultura europea." In questi anni infatti abbiamo sperimentato concretamente l'incomunicabilità con vaste aree di popolazione che ha reso palese la fragilità del nostro progetto.
Questa incapacità di interlocuzione con popolazioni e comunità, così come le caratteristiche di frammentazione sociale e politica, nonché la atomizzazione del modello produttivo, da tempo sono al centro delle nostre riflessioni.
Molte cose sono state dette e quasi tutte in modo più approfondito e qualificato del nostro.
Ciò nonostante riteniamo utile, magari solo per titoli citare alcuni aspetti rimasti li immutati.
In primo luogo si è approfondito poco il travaglio della classe operaia costituitasi lontano dalle metropoli industrializzatate e cosmopolite, una classe operaia che non ha costituito storicamente la propria identità guardando ad un futuro progressista, ma guardando prima indietro alla propria precedente identità comunitaria prevalentemente contadina ed artigiana, convivendo poi con la lotta per una più equa spartizione delle merci prodotte capitalisticamente, finendo con l'esplodere in tempi di post fordismo, in una molecolare galassia, caratterizzata da precarietà, parzialità, incertezza.
L' economicizzazione del conflitto non ha portato con se tracce di alternativa, valori universali ed anticapitalistici, bensì molto più spesso limitati fenomeni corporativi (senza togliere nulla alle lotte per cui quei lavoratori hanno goduto meritati riconoscimenti). Si è del tutto ignorata la necessità di mettere in relazione le battaglie democratiche per maggiori sostanze salariali, con la necessità di mettere in discussione i modi capitalistici di produzione e riproduzione sociale.
Per essere semplici, non è passata mai l'onda del "come, cosa e perché produrre".
Riteniamo che su tale processo abbiano pesato alcuni elementi tutt'oggi ben presenti nella nostra cultura politica.
In primo luogo l'operaismo la conseguente ricerca del soggetto sociale rivoluzionario dentro i processi di proletarizzazione, quasi potesse essere indotta tra questi soggetti una amalgama deterministica organica, invece che pensando a processi e alleanze tra diversi da costruire su percorsi politici e culturali. Ancor oggi c'è chi insegue tale miraggio, magari trasferendo l'operaio massa con un salto funambolico nel precario migrante.
In secondo luogo l'incapacità di comprendere nei processi di frantumazione sociale, di scomposizione della classe lavoratrice, tutto il portato dei processi di alienazione, o chiamiamoli pure di sussunzione del corpo fisico delle persone agli interessi del blocco dominante fondati sulla contesa globale. Prima vera ragione del richiudersi delle comunità, dell'ostilità verso lo Stato ridotto a strumento di minaccia burocratico e di oppressione, dell'idea che tutti sono nemici di tutti, che gli altri sono diversi e quindi pericolosi per la comunità di destino che si prepara a resistere e competere. Un dominio fisico che si impone mettendo le persone, la natura, il paesaggio, la salute come risorse da spendersi nella competizione dei mercati.
In terzo luogo, perché il gradualismo riformista ha indotto gran parte dell'intera sinistra politica a pensare per mezzo secolo ad una alleanza della classe operaia con la borghesia di stato e il nazionalismo, una politica fallimentare che oggi - in tempi di globalizzazione avanzata e in piena crisi della forma nazional-territoriale dello stato - manifesta apertamente la sua natura subordinata.
Le grandi imprese transnazionali, a partire dagli anni settanta si sono deterritorializzate, sganciandosi dal controllo, innanzitutto fiscale, esercitato dagli stati nazionali. Tale controllo aveva reso possibile, la costruzione dello stato sociale in Europa. Oggi invece il potere degli stati di temperare il capitalismo degli effetti più devastanti, lascia il posto ad un neoliberismo socialmente spietato, che in primo luogo si esercita proprio esautorando gli stati.
Ma quella che viviamo non è semplice crisi dello stato fiscale bensì crisi dello stato in quanto entità territoriale, declino dell'identità culturale legata alla forma nazione, deficit di legittimità che lo stato democratico si trova ad attraversare.
La deterritorializzazione del capitale rende sempre più problematica la definizione territoriale dello stato nella misura in cui le decisioni legittimamente prese all'interno di un definito contesto nazionale si scaricano inevitabilmente al suo esterno, rompendo l'unità di "decisori"ed "interessati"ed offuscando la differenza tra politica interna ed estera.
Tutto ciò implica un crescente "vuoto di legittimità" che viene compresso da una parte dalla pressione dei massicci flussi migratori che spingono le nostre società verso una multiculturalità che troppo spesso scatena risposte irrazionali, dall'altra dall'omogeneizzazione forzosa della cultura di massa, che impone univocamente gli stessi modelli di vita e di consumo sull'intero pianeta.
Con il progressivo disgregamento, anche materiale, cui è sottoposto l'ambiente per effetto della globalizzazione, si pensi in primis all'affannoso bisogno di velocizzazione da cui discendono le cosiddette "grandi infrastrutture", come strade, mega aeroporti, linee ferroviarie ad alta velocità, anche le peculiarità paesaggistiche o ambientali tendono ad annullarsi secondo un percorso di "ottimizzazione" delle risorse e degli spazi. Gli impatti che ne derivano sono non solo una perdita materiale di riferimenti fisici, ma anche culturali, ambientali, materiali, con la parallela rincorsa alla creazione di astrusi radicamenti identitari, molto spesso vuoti o artefatti, sicuramente fuori dal tempo e perciò non in grado di rappresentare alternative, ma semplici rifugi, dove ritirarsi , o meglio dove "riossigenarsi", per poi tornare nel pieno delle contraddizioni quotidiane, siano politiche, sociali o legate al mondo del lavoro. Delle vere e proprie "fughe all'indietro" dove il contesto territoriale e il suo portato di differenze e articolazioni assume nient'altro che i contorni di una dei tanti settori di una dysneyland ricreativa dove si possono trovare le tracce di un passato ridotto appunto a folclore. Tappa finale di una espropriazione dell'individuo, non più solo da se stesso, secondo l'interpretazione marxiana nei rapporti di lavoro, ma anche dal suo contesto fisico ambientale. Un orizzonte che rende quasi rassicurante pensare che vivere nell'alaska o in una valle dolomitica sarà molto simile grazie ai modelli standardizzati della società globale.
A fronte di tutto ciò il potere di integrazione dell'idea nazionale conserva forza solo nella misura in cui si configura come reazione etnocentrica violenta. L'esautoramento della politica da parte del mercato si completa nella progressiva erosione della base di legittimità dello stato democratico, inteso come strumento di "autopianificazione" della società attraversato da elementi indissolubilmente legati di conflitto/democrazia..
Incapace di produrre e proteggere diritti sociali funzionali lo stato si toglie da sé, schiacciato dalla concorrenza internazionale verso un continuo ribasso degli standard di protezione sociale, in nome dell'ottenimento di quei vantaggi di posizione decisivi nell'allocazione internazionale del capitale (è la dinamica definita come "concorrenza di posizione").
Come uscire allora da questa crisi?
Naturalmente apriamo qui una finestra schematica che serva esclusivamente come orientamento per un successivo approfondimento.
Si tratterà innanzitutto di recuperare la capacità di azione perduta dagli stati nazionali, trasferendola ad organismi in grado di fornire "politica interna universale"; una nuova consapevolezza che dovrà nascere come il riconoscersi reciprocamente come appartenenti a una stessa comunità politica, al di là dei confini nazionali.
Per evitare la caduta nello Stato di Natura della globalizzazione (quella guerra di tutti contro tutti che si concretizza nella concorrenza di posizione, nel dumping sociale, nella corrispondente crisi dello stato sociale, ecc.), la politica deve accedere ad una nuova dimensione del patto sociale.
Noi "riconsideriamo in modo radicale la società, cambiando l'immagine che essa ha di se stessa. Dobbiamo imparare a pensare che le nostre società non consistono più di una maggioranza e di varie minoranze, ma che esse sono costituite da una pluralità di gruppi culturali" Habermas.
Si tratta quindi di enucleare un universalismo estremamente sensibile alle differenze, fondato sulla inclusione ma non sulla assimilazione: "Inclusione che non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell'altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche -e soprattutto- a coloro che sono reciprocamente estranei e che estranei vogliono rimanere"
Non è per amore dell'utopia della fratellanza universale che regioni europee procedono ad intese, accordi, protocolli costitutivi, fino ad arrivare agli Statuti regionali. Anzi! Queste riscritture costituzionali (di fatto) mirano a definire nuovi presupposti di mediazione sociale, tutti improntati alla riduzione verso il basso dei diritti acquisiti e a distribuire nuovi privilegi alli oligopoli dominanti.
Su questo terreno ci pare indispensabile non rimanere a bocca aperta - a difendere bidoni da tempo svuotati - o ad impantanarci su regole e regolette tutte limitate alla salvaguardia di piccoli spazi di autoreferenzialità istituzionale, in una sorta di diritto di tribuna, tra soggetti sociali resi sordi, ciechi e muti
Diamo per scontato almeno in questo ambito di confronto che le risposte alla crisi dello stato-nazione non stanno nella secessione egoistica, nelle comunità di destino interpretate come recupero di un inconsistente legame di suolo e sangue, né quindi rivendicando un astratto "federalismo" che di federalismo non ha traccia perché si limita a ridistribuire tra ceti dominanti i nuovi blocchi di dominio centralizzati (siano esse le regioni, o persino i Comuni in mano a Sindaci che leggi elettorali improntate di autoritarismo istituzionale, hanno reso podestà).
Così come diamo per acquisita l'iniziativa per impedire la modifica reazionaria della Costituzione. Abbiamo difeso la Costituzione nata dalla Resistenza con determinazione, sapendo che non si trattava di far leva sulla bontà dell' impianto tecnico e burocratico dello Stato, bensì attestandosi sui principi e valori fondamentali
Ma sarebbe del tutto deleterio, anzi sciagurato, pensare che la Costituzione debba essere mummificata.
Occorre invece definire un nuovo "patriottismo costituzionale" (Habernas) fondato sulla condivisione nelle comunità, multiculturali, multietniche, cosmopolite, partendo dai valori generati dall'idea dei diritti universali, sugli elementi di giustizia sociale inalienabili che devono invece garantire la compresenza pacifica di differenti "forme di vita culturali" all'interno di una stessa entità politica, non solo statuale, ma anche sovranazionale. Esso dovrebbe sostituire il senso identitario dell'appartenenza nazionale, di natura etnica e culturale - e per questo gravido di conseguenze negative per la convivenza nelle odierne società multietniche. Ma esso dovrebbe anche spazzare ogni illusione "sull'interesse supremo" dell'unità nazionale, sulla base della quale rinnovare un patto tra classi dominanti e rappresentanza politica, di cui la pace sociale è appendice necessaria.
Per suo mezzo si rinnova il concetto di autodeterminazione, dove un "popolo libera se stesso" e "si impone una nuova forma di associazione mediante un atto di volontà, di ragione e di consenso". Per evitare confusione usiamo una fraseologia più consona a chi ha a cuore i nostri padri fondatori, ricordando sul senso del concetto di autodeterminazione, che si dovrà intendere sempre come autodeterminazione e indipendenza politica del proletariato e non come aspirazione di questa o quella borghesia nazionale. E proprio il principio a monte del quale ci pare suonare bene la nota frase "proletari di tutto il mondo ecc.."
Centra qualcosa con questo concetto l'idea secessionistica delle piccole patrie? Nulla! Centra qualcosa il federalismo?
Come diceva bene Lenin (che pure qualche cosa di giusto avrà detto): sulla questione delle spinte separatiste di popoli e piccole nazioni, non si deve ragionare per assoluti metafisici, ma bisogna sempre partire dalla situazione concreta, di un luogo concreto, in un momento definito.
E' questo il metro di misura su cui procedere per definire quando la scelta di un processo federativo risulti di maggior convenienza per i proletari, sul piano della democrazia e dei diritti (che solo sciocchi in assoluta malafede considerano inutili e ostili ai veri processi rivoluzionari), che la persistenza di uno stato nazionalista entro i cui confini riconoscersi patriotticamente.
Certo il termine federalismo è un termine screditato, che come si pronuncia fa venire a mente incubi orrendi con le facce di Borghezio e Calderoli, oppure le versioni confindustriali del federalismo fiscale, inteso come nuova liquidità da trasferire a sostegno delle imprese, questo però non può diventare un alibi per coprire la nostra assoluta inadeguatezza.
Vi sono processi reali che parlano di imprese da anni riorganizzate sul piano transnazionale, nuovi centri di potere economico finanziario che agiscono ben lungi da riconoscere i confini come vincolo per le loro decisioni, esistono pezzi di classe politica dirigente oramai decisi a portare a compimenti il processo euroregionale a-democratico, fuori da ogni consenso popolare e da ogni consesso partecipativo dal basso.
Noi abbiamo la consapevolezza della necessità di costruire tra i lavoratori, le popolazioni, una nuova stagione di ricomposizione di un blocco sociale di alternativa capace e all'altezza della sfida, quindi inevitabilmente plurinazionale e pluriculturale.
Carlo Marx era persino arrivato a concepire l'estinzione delle classi sociali e il superamento dello Stato, perché mai noi non dovremmo poter riuscire ad immaginare un processo di costruzione di comunità transnazionali e cosmopolite capaci di ritessere in modo solidale strumenti di comune indentità, conflitto, organizzazione, autonomia politica e rappresentanza entro lo scontro con il liberismo globalizzato.
Concludiamo scusandoci per l'approssimazione dell'esposizione, ma abbiamo pensato che un appuntamento come questo di Lamon, poteva essere l'occasione giusta per aprire una finestra anche su questi aspetti.
